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Discussione: Rolando Rivi

  1. #1
    Anomalia Gialloblù L'avatar di Il Nerz
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    Predefinito Rolando Rivi

    Non conoscevo questa storia:

    http://www.ilrestodelcarlino.it/mode...vi-beato.shtml


    Veramente impietoso quanto successo qualche anno fa, quando PdL e Lega locali (schifosi) hanno chiesto di intitolargli una via del paese e la maggioranza PD (doppiamente schifosi) ha rifiutato.
    "Per chi vive all'incrocio dei venti ed è bruciato vivo... per le persone facili che non hanno dubbi mai..." (F. De Gregori)
    "Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà" (F. Guccini)
    "Ecco il mistero: sotto il cielo di ferro e di gesso, l'uomo riesce ad amare lo stesso, e ama davvero, senza nessuna certezza" (L. Dalla)

  2. #2
    Pan Persot Figa e Lambrosc L'avatar di SAURO_GOL
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    This is Mottena!!!
    "W L'AMARO CALIENDO"

    "SONO IN JIIIIIROOOOO PE' MOTENAAAAAAAAAAAA!!!!"

  3. #3
    sclerotico gialloblu L'avatar di geppo
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    Ore 16.20: Rolando Beato
    Oggi al PalaPanini la celebrazione per il martire Rivi. Campane a festa in tutta la diocesi

    di Davide Berti Oggi, 5 ottobre 2013, resterà una data storica per la Diocesi di Modena-Nonantola. Più di cinquemila persone assisteranno alla cerimonia per la beatificazione di Rolando Rivi che, come raramente è avvenuto nel passato, non sarà ospitata da una chiesa ma bensì da un palazzo dello sport, luogo fino a ieri beato solo per gli scudetti della pallavolo modenese. Ma la grandiosità del momento, testimoniata dall’alta affluenza di fedeli che hanno fatto richiesta per assistere alla cerimonia, ha spinto la Curia modenese a prendere questa decisione popolare e di grande vicinanza ai fedeli. Ecco perché ci sono tutti i presupposti perché si assista ad una cerimonia diversa dalle altre. Non solo nei numeri - 188 sacerdoti e 325 chierichetti - sul palco allestito a tempo di record da ieri pomeriggio. Non solo nello spiegamento di forze, tra maxischermi e dirette sul satellite. Soprattutto per il significato simbolico che descrive. C’è il messaggi, forte, di un martire. C’è l’innocenza di un ragazzo «amico di Gesù», come lo ha definito anche il cardinale Ruini. Ci sono, particolari non da poco, sullo sfondo, ma nemmeno troppo, la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza. La Diocesi sono ormai otto anni che porta avanti il messaggio di Rivi e destino ha voluto che l’annuncio della beatificazione venisse dato da Papa Francesco nel primo atto del suo pontificato. Un segno indelebile tra Papa Francesco e quello che da oggi sarà il Beato Rolando. L’ingresso dei fedeli è previsto tra le 14 e le 15.30, ma non oltre, momento nel quale comincerà l’attesa con canti e preghiere. Alle 16 il via alla celebrazione, presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, e rappresentante di Papa Francesco. Accanto a lui l’arcivescovo di Modena Antonio Lanfranchi e il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca. Alle 16.20 il momento clou: Rolando Rivi verrà proclamato beato, verrà scoperta la gigantografia del suo volto allestita accanto all’altare e contemporaneamente in tutta la Diocesi di Modena suoneranno le campane a festa per dare notizia a tutti che la nostra Chiesa, da oggi, avrà un beato in più. @dvdberti ©RIPRODUZIONE RISERVATA

  4. #4
    sclerotico gialloblu L'avatar di geppo
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    Un crimine di guerra che mise in ginocchio tutta la famiglia
    Due partigiani condannati a 26 anni ricorsero all’amnistia «Era una spia», ma nessuno credette alla loro versione

    Quella morte in casa Rivi fu tremenda. La scoperta del corpo, il pestaggio e le sevizie di cui il corpo portava le tracce, la tumulazione frettolosa per il clima incandescente degli ultimi giorni di guerra, chiusero la famiglia in un deserto di dolore. La madre fu schiantata e come per il padre si temette per la vita. Lei restò per mesi a letto e negli anni successivi per alcuni anni non si recò in chiesa. Papà Rivi fece l’opposto, cercò aiuto nella fede, stordendosi nella fatica, nel lavoro di ogni giorno e nella recita ininterrotta delle preghiere in ogni momento della giornata. In una lettera del 1981, poco prima che morisse, e riportata nel libro della Giovetti, annota il suo diario quotidiano. «Al mattino appena sveglio 70 Pater, Ave e Gloria seguite da un rosario intero e poi ancora 40 Pater, Ave, Gloria e 60 Ave Maria con giaculatoria. Poi le litanie alla Madonna, e giaculatorie e sette Pater, Ave e Gloria e 100 Requiem ai morti. Prima di sera 90 Ave Maria, un rosario intero, due corone di Requiem». L’elenco è lungo, talmente lungo che poco più avanti annota con rassegnazione: «Naturalmente nessuna persona è a conoscenza di tutto questo, tanto meno i miei familiari. Tanti anni fa ne ho parlato con un sacerdote, per avere un suo giudizio. Lui ha trovato che era una cosa esagerata e fuori dal normale e mi ha consigliato di ridurre queste mie preghiere di tanto perché così sarebbero state recitate con più devozione. Senz’altro poteva avere ragione, ma io temevo che incominciando a ridurle sarei tornato poco a poco al punto di partenza, cioè a zero. Poi mi sono attaccato al motto di S. Benedetto, “Ora et labora” e finora, nonostante le grandi difficoltà, nonostante il lavoro sempre impegnativo e i quattro interventi chirurgici in qualche modo ci sono sempre riuscito. Quello che chiedo ora al Signore è ancora un po’ di tempo a me e a mia moglie per aiutare i bambini e farli crescere un po’ più grandicelli prima di finire i nostri giorni ...». Fu accontentato. La moglie morì otto anni dopo quella lettera accorata, nel 1989, e lui nel 1992. Aveva 89 anni ed era stato vicino, sino a quando aveva avuto forza, ai nipotini rimasti senza mamma dopo che la sua ultima figlia si era spenta per un tumore. La famiglia, dopo la scomparsa della nonna, nel 1961, che aveva tenuto insieme tutti anche nell’ora della tragedia, si era diviso in vari rami e altrettante occupazioni. I genitori di Rolando si trasferirono a Sassuolo, ma il dolore per il figlio ucciso si era solo affievolito. Con la fede religiosa cercarono di accettare, o forse sarebbe meglio dire a convivere, con la scomparsa del loro ragazzo. Non hanno fatto a tempo a vedere il seguito, la nascita del Comitato per la beatificazione che a partire dal 2005 ha visto crescere l’attivismo e il proselitismo dei suoi sostenitori. È di quell’anno la costruzione di una grande croce alle Piane di Monchio, a pochi metri dove Rolando Rivi fu ucciso. Il passaparola di messe, ricordini, rievocazioni, messe e anche piccoli pellegrinaggi ha fatto sì che anche la piazza davanti alla chiesa di S.Valentino, quella che lui aveva sempre frequentato, fosse dedicata al ragazzo oggi beatificato. Tra i sacerdoti in prima linea ci sono i missionari della Consolata e poi don Alberto Camellini, che lo aveva tenuto per mano guidandolo nei primissimi anni del seminario: è morto nel 2009, a pochi anni dal compimento del secolo di vita. Infine oggi il Comitato è guidato da mons. Luigi Negri, già vescovo di S.Marino e ora di Ferrara, mentre il cugino di Rolando , Sergio, è il vicepresidente. Emilio Bonixcelli è il portavoce ma anche il maggior diffusore del messaggio di Rivi, a tutti i livelli. Nessuno, fino a oggi, ha voluto pubblicare gli atti di quel processo, quello penale di un tribunale della neonata Repubblica Italiana, alle prese con la repressione di tutto ciò che anche lontanamente poteva sapere di sovversione, anche solo potenziale. E i due responsabili e rei confessi di quell’omicidio, processati nei tre gradi di giudizio, ovviamente non la scamparono. La partecipazione dei loro sostenitori, che andarono sino a Lucca in pullmann per sostenerli, fu redarguita dalla pubblica accusa che li rimproverò pubblicamente: «Con il vostro comportamento spingete verso la loro condanna». Di fatto gli accusati, Corghi e Rioli, poi condannati a 26 anni, presentarono scuse impossibili da credersi. Per loro Rivi era una spia e doveva essere portato al comando quando tentò di fuggire e fu ucciso sul posto. (s.c.)

  5. #5
    sclerotico gialloblu L'avatar di geppo
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    Le opere e i giorni di un ragazzo «Io sarò il testimone di Gesù»
    Il giovane seminarista visse in una famiglia fortemente cattolica, la nonna restò vedova con nove figli Come il padre cantava nel coro parrocchiale. Iniziò gli studi religiosi a 11 anni. Ucciso a colpi di pistola

    di Saverio Cioce Nato nel 1931, entrato in seminario nel 1942, ucciso a quattordici anni nel 1945. Sta tutta in queste tre date la biografia di Rolando Rivi, portato all’onore degli altari il 27 marzo 2013, dopo che Papa Francesco ha firmato il decreto in cui è scritto che il ragazzo di Castellarano è stato martirizzato. Non un’uccisione simile ai milioni di vittime della seconda guerra mondiale. No, fu un omicidio premeditato, “in odium fidei” come recita la formula latina che lo ha fatto diventare beato e i suoi persecutori lo hanno aggredito, percosso e privato della vita proprio perché indossava una tonaca e mostrava a tutti l’attaccamento alla fede, la voglia di diventare sacerdote, pastore a tempo debito di una parrocchia. Dunque, questo è il punto finale che hanno sottolineato i suoi postulatori, è “martire” proprio nel senso antichissimo, dell’ evangelo scritto in greco dei primi cristiani: martire, cioè testimone, di una fedeltà a Gesù che veniva prima di ogni altra scelta. Rivi non scelse quella morte ma è diventato, sessantotto anni dopo, un simbolo cattolico della ferocia di quei tempi, in cui lui viene additato come vittima esemplare “dell’odio di classe”, come viene ripetuto quasi in ogni pagina del libro appena uscito dalle Edizioni Paoline. L’autrice è la modenese Paola Giovetti, nota studiosa di fenomeni spirituali e paranormali, che per l’occasione aggiorna il lavoro del giornalista Emilio Bonicelli, che da anni è attivo nel promuovere la causa di beatificazione. Nel libro, più agiografia che biografia in senso stretto, parlano i parenti ancora vivi dell’ucciso. La vita di Rivi è un paradigma di quel piccolo mondo antico e rurale del primo Novecento. La sua famiglia viveva nella casa del Poggiolo, un cascinale in collina della frazione di S.Valentino. Là dove oggi ci sono i campi di golf, e i fienili sono diventati ville con il parquet in legno, un secolo fa agricoltori e mezzadri mettevano insieme il pranzo e la cena con il lavoro nei campi. Mucche nelle stalle e buoi ad arare i campi erano l’unica ricchezza per famiglie che vivevano da generazioni all’ombra del campanile. Gli stessi Rivi erano mezzadri che coltivavano le terre della parrocchia. Una famiglia cattolica, unita, la loro, esempio di cattolicesimo militante e quotidiano. La nonna Anna, rimasta vedova con nove figli, mandava avanti il casolare, iniziando le giornate con la messa del mattino, accompagnata dal figlio più grande, Roberto, che negli anni a venire diventerà il padre del futuro seminarista. Ed è sempre lui, il primogenito, che s’industria per dare una mano, come usava in quell’epoca, correndo a lavorare appena finite le elementari. La parrocchia resta al centro dei suoi interessi. Oltre che per le pratiche devozionali si distingue nell’aiuto al sacerdote, nel coro parrocchiale ed è in prima fila nel creare l’Azione Cattolica, che Pio X e Pio XI sostenevano attivamente. Ma è sempre la madre, una contadina con la tempra di Matilde di Canossa, che guida la grande casa. Lavora in campagna, tira su da sola i figli, è felice quando la figlia Pia, la più giovane, decide di farsi suora a 13 anni. Ed è allora, quando lei entra in convento, che la nonna decide di imparare a leggere e scrivere, proprio per restarle vicino. Nel 1926 la festa per tutti con il matrimonio di Roberto. A 23 anni sposa Albertina Canovi, di 19, e l’unione è allietata dalla nascita di tre figli: Guido, Rolando Maria nel 1931 e Rosanna. Nel dopoguerra nasce l’ultima, chiamata Rolanda per ricordare il fratello ucciso, ma anche lei muore di malattia lasciando tre figli. Le memorie di famiglia raccolte dagli agiografi testimoniano un bambino precoce, che cammina quando ha appena compiuto il primo anno di vita, con un’immediata propensione alla vita religiosa. Già a cinque anni inizia ad aiutare don Olinto Marzocchini, modenese, che nell’antica pieve si trovò subito a suo agio, diventando il motore di tante iniziative. «Era volenteroso - ricorda suor Marta, un’altra parente - Cercava di tenere in mano il pesante messale che spesso gli scappava, il libro per l’altare era più grande di lui». Due anni dopo la prima comunione che diventa subito per lui una pratica a cui si dedica con devozione e assiduità, assieme alla preghiera. Anche lui bravo in canto e preparato dal padre partecipa presto al coro parrocchiale. Anche a scuola ottiene il plauso della maestra: «Intuizione immediata e ottima memoria» ha ricordato Anna Maria Messori che lo ebbe nelle prime classi. Con l’entrata in guerra dell’Italia cominciano le sventure. In casa Rivi nel 1941 partono in tre per la guerra: due zii di Rolando, fratelli del padre, muoiono al fronte, uno in Africa e uno in Russia nel 1942. L’anno successivo, per malattia, muore anche un’altra sorella del padre, a 27 anni; il padre Roberto diventa sempre di più il perno economico e organizzativo di tutta la famiglia mentre nonna Anna ricaccia le lacrime in gola e consola le nuore. Nello stesso anno, a unidici anni, Rolando entrra in seminario a Marola e anche qui il florilegio dei suoi meriti aumenta mese per mese, come ricordano i suoi sostenitori. Preghiera e studio, il coro a messa e lo studio dell’armonium per la musica nelle funzioni religiose, il freddo e le privazioni affrontate senza un lamento, la visita dei suoi genitori solo ogni quindici giorni. In breve si avvicina la fine del seminario. Finisce il primo anno di corso e pochi mesi dopo l’edificio del seminario viene requisito dai tedeschi che sorvegliano la ricostruzione di un ponte. Dopo l’8 settembre, con la nascita della Rsi e i primi scontri tra i partigiani, che agiscono in nome e per conto delle Forze Alleate e di Re Vittorio Emanuele, e i nazifascisti, la scuola dei sacerdoti deve sospendere le attività. I giovanissimi vengono rimandati a casa. Rolando Rivi si ritrova nel mezzo della guerra, in zone combattute metro per metro dove uccisioni e rappresaglie sono quotidiane. Nell’estate del 1944 l’Appennino modenese vede la divisione tra i partigiani cattolici delle Fiamme Verdi e tutti gli altri che rimangono inquadrati nelle loro brigate. Ed è in questo contesto che matura il sequestro del giovane seminarista da parte di una piccola banda partigiana che due settimane prima della fine della guerra ancora occupava le Piane di Monchio. Lì nell’aprile 1944 c’era stato l’eccidio, ricordato in tre righe nel libro della Giovetti, di 136 civili uccisi, sventrati e bruciati vivi. Rivi, per ragioni restate ignote, viene indicato e colpito e ucciso perché ritenuto una spia. A sparare due colpi di pistola contro il ragazzo è un giovanissimo Giuseppe Corghi. Lo dice lui stesso al padre e al sacerdote don Roberto Camellini che lo accompagna . Da S. Valentino vanno a Cerredolo di Toano, da lì a Ponte Dolo e poi a Farneta di Montefiorino, dove c’è il comando del battaglione e il tribunale provvisorio dei partigiani. Infine Gusciola, dove il commissario politico ammette l’omicidio, giustificandolo con: «Era una spia». Ma quella decisione, ammesso che ci fosse un’ombra di verità in quel crimine di guerra, non toccava certo a lui. Anzi, era doppiamente colpevole perché non aveva portato Rivi al tribunale partigiano, l’unico competente a giudicare casi del genere. Il giorno dopo al padre e al sacerdote fu mostrato il luogo della sepoltura e il cadavere fu sepolto in una bara improvvisata a Monchio. La denuncia per omicidio fu presentata nel ’49. L’assassino di Rivi fu condannato, uscì dopo pochi anni di carcere per effetto dell’aministia sui crimini di guerra (che lasciò liberi migliaia di fascisti tra l’altro) e andò all’estero.

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