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Visualizza Versione Completa : Verso Il Recupero Della Chiesetta Ricci Di Via Finzi



SUPERCALDAIA
09-04-2008, 10: 32
COMUNE DI MODENA - Comunicato Stampa



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VERSO IL RECUPERO DELLA CHIESETTA RICCI DI VIA FINZI
Un monumento di valore che racconta una storia poco nota ed in parte ancora misteriosa del Risorgimento modenese



Quale trama oscura portò alla condanna a morte ed alla esecuzione di Giuseppe Ricci, patriota modenese dei primi dell'ottocento? La successiva riabilitazione non chiarì molto e quella parte della nostra storia è stata pian piano dimenticata.
Riemerge ora, grazie all'intervento di recupero della chiesetta Ricci di Via Finzi, già Strada Soratore, dedicata a Santa Cecilia. La chiesetta settecentesca, oggi in condizioni di preoccupante degrado, appartenne infatti alla nobile famiglia Ricci che fu protagonista della storia modenese tra sette e ottocento. A lungo utilizzata come tomba di famiglia, all'interno sono ancora presenti le lapidi che testimoniano le vicende dei Ricci.
Un personaggio notevole del casato fu Lodovico Ricci (1742-1799) al quale è per altro dedicata una importante strada cittadina. Illustre economista, ebbe vari incarichi pubblici sotto Ercole III e nel periodo napoleonico, tra i quali la Riforma dell'Estimo e la Corografia degli Stati Estensi.
Altra figura di spicco, pure ricordata nelle lapidi all'interno della chiesetta, è il nipote di Lodovico, Giuseppe Ricci (1796-1832): patriota, venne condannato dal tribunale ducale alla pena capitale eseguita il 19 luglio 1832. Condanna risultata da subito frutto di una trama (in gran parte rimasta misteriosa) ordita dall'allora ministro ducale Girolamo Riccini. Diverse testimonianze ed una sentenza di revisione successiva, confermarono che il Ricci venne condannato ingiustamente: pagò il clima persecutorio ancora vivo dopo i moti del 1831.
Nei giorni scorsi, in un incontro presso la prefettura, presenti gli enti interessati, è stato deciso di procedere ad una prima azione urgente di tutela, vista l'importanza architettonica e storica del bene che risulta di proprietà statale per effetto di un'intricata vicenda ereditaria,.
L'accordo prevede che l'intervento venga curato dal Comune di Modena (era stato sollecitato dal Sindaco) che predisporrà un progetto da sottoporre alla Soprintendenza competente ed al Demanio. Il tutto da finanziare anche con contributi di enti privati.
Si recupera, così, un'importante pagina di storia del Risorgimento modenese che probabilmente sarebbe andata dimenticata con il degrado definitivo della chiesetta. Inoltre, il Sindaco ha proposto che per le celebrazioni del 150° del plebiscito del 1859 venga organizzato un convegno per approfondire definitivamente il fatto storico legato alla condanna ed all'uccisione di Giuseppe Ricci.

trivèla
09-04-2008, 11: 44
La condanna di Giuseppe Ricci

Nel marzo del 1832, essendo scoppiati i moti rivoluzionari in Romagna ed essendosi detto che una gran quantità di armi era stata nascosta a Modena, il duca Francesco IV ordinò accurate e numerose perquisizioni. Queste non diedero risultato, tuttavia fu ordinato l'arresto di quattro persone. Due di esse - il conte ERCOLE PIO DI SAVOIA e il prete VINCENZO CASTIGLIONI, fuggirono in tempo, - le altre due, l'ex-capitano GAETANO AIROLDI e l'avvocato PELLEGRINO MARCHETTA, furono messi in prigione e quindi espulsi dal Ducato.

Qualche tempo dopo, certi VENERIO MONTANARI e GIACOMO TOSI, arrestati per furto, dichiararono che nel febbraio di quell'anno erano stati invitatí dal cavalier GIUSEPPE RICCI, guardia nobile del Duca, in una sua villa presso Bastiglia, dove avevano trovato DOMENICO PIVA, GÌOVANNÌ GUICCIARDI, CARLO GASPARINI, GIUSEPPE BORGHI, e che erano stati incitati, mediante la promessa di duecento napoleoni d'oro, ad uccidere Francesco IV, allorché, il successivo 21 marzo, secondo la sua consuetudine, si fosse recato nella Chiesa dei Benedettini.
In seguito a questa denuncia, il 16 giugno fu arrestato il Ricci e poi gli altri quattro complici. Il processo, affidato ad una commissione militare, terminò l'11 luglio. Sebbene gli imputati si fossero mantenuti negativi e la denuncia non era stata suffragata da prove, il Ricci fu condannato con il Montanari e con il Tosi alla forca, il Piva, il Gasparini e il Guicciardi alla galera a vita, il Borghi a quindici anni di carcere.


Il Duca fece accompagnare la sentenza da questo suo rescritto:

"Vista da noi la sentenza proferita l'11 luglio 1832 dalla Commissione militare da noi appositamente nominata per giudicare il cavalier Giuseppe Ricci, come accusato capo e promotore di congiura, al fine di far togliere a noi la vita, di assicurarsi della persona della nostra amatissima consorte l'arciduchessa Maria Beatrice di Savoia, onde paralizzare con ciò l'opposizione militare, e il tutto per impossessarsi dello stato, indi per giudicare i suoi complici in sì nefando delitto, cioè Venerio Montanarì, Gìacomo Tosì, Giovanni Guicciardi, Domenico Piva, Carlo Gasparini e Giuseppe Borghi, tutti arrestati e detenuti; visto da noi tutto il sunto e le risultanze del processo, nonché viste le conclusioni fiscali, approviamo la detta sentenza della Commissione militare, colle variazioni di cui in appresso. Né ci fa stato alcuno la circostanza unica dal Ricci addotta di essere uno dei testimoni che depose contro di lui essere stato altra volta in galera, per tutt'altro delitto, mentre in questo caso esso non aveva né astio né passione alcuna contro il Ricci, non conoscendolo nemmeno prima di questa circostanza, né lo mosse a palesare il fatto alcuna promessa né cagione di guadagno o vantaggio proprio, mentre anzi con ciò veniva ad accusar se stesso; e la sua circostanziata deposizione è pienamente concorde con quella dell'altro testimonio senza eccezione; e perché resta vincolata la prova del delitto da tanti indizi gravissimi e da vari testimoni di fatti parziali che lo aggravano.
Noi possiamo essere tranquillissimi in coscienza sulla sussistenza del fatto, mentre Dio permise che il Ricci, dopo di essersi tenuto sulle negative in tutto nell'esame, poco dopo chiamò il Giudice per fare a noi proporre che, se gli si fosse commutata la pena da lui meritata in esiguo perpetuo e se avessimo fatta grazia agli altri detenuti quali complici del fatto di cui esso era accusato, siccome unicamente da lui stati compromessi, egli avrebbe rivelato cose importantissime e riguardo a questa congiura e riguardo anche a quella del febbraio 1831; al che fu da noi risposto che ne sapevamo abbastanza e che non volevamo venire in alcun modo a patti con lui; ma lasciar il libero corso alla giustizia. Con ciò però il Ricci extra giudizialmente fu a confessarsi reo di fellonia e capo di complotto, cosa che in giudizio costantemente negò. Considerando dunque l'enormità del delitto, le conseguenze funestissime che ne sarebbero probabilmente derivate, se avesse potuto eseguirsi, la qualità della persona del cavaliere Giuseppe Ricci di ufficiale o di guardia nobile del sovrano, di cui era ancora insignito quando ne meditò il tradimento, mentre era stretto da particolare giuramento di fedeltà; non solo reo convinto ai termini della sentenza di quell'enorme attentato delitto, ma capo ancora e seduttore, indirettamente ed extragiudizialmente confesso: da tutto ciò segue che per dovere di sovrano, per quella imparzialità che deve distinguere chi ama la giustizia, per l'esemplarità della pena troppo necessaria in tal genere di misfatto troviamo del nostro stretto obbligo di lasciar il libero corso in questo caso alla giustizia, confermando la pena di morte inflitta al cavaliere Giuseppe Ricci dalla commissione militare, commutando soltanto quella della forca in quella della fucilazione, per un riguardo unicamente alla di lui famiglia, di cui esso per se stesso sarebbe immeritevole; e parimente vogliamo che non abbia luogo la confisca dei suoi beni, della quale soltanto si risentirebbe l'infelice sua famiglia, la quale essendo non consapevole de' suoi misfatti, merita il possibile riguardo. La circostanza poi d'essere stato il Ricci costantemente negativo in giudizio, senza mai voler dare alcun lume alla giustizia, fuorché venendo a patti, mentre altronde era convinto, e fuori di giudizio confesso, ciò mostra una permanente malizia, e nessun pentimento, ragione per cui, lungi dal meritar riguardo di grazia, deve esser trattato a rigore delle vigenti leggi. All'incontro il Venerio Montanari e Giacomo Tosi, per essere stati limpidamente confessi, senza previo patto né promessa né speranza, ma dicendo d'avere commesso reità, volere ora dire tutta la verità con candidezza, mostrarono con ciò un pentimento, e non essendo essi stati capaci di congiura, ma sedotti, ed avendo con la loro confessione fatto conoscere e cadere in mano della giustizia il capo, sul quale più d'ogni altro cadere deve l'esemplarità della pena, commutiamo ad ambedue loro per grazia la pena di morte in quella di galera a vita, lasciando il suo effetto e confermando la sentenza quanto agli altri correi negativi, quale fu pronunziata, meno soltanto la confisca dei beni, per quelli
che hanno famiglia”.

Vuole la tradizione che il Ricci cadde vittima dell'odio del conte GEROLAMO RICCINI, ministro del duca, che per mezzo del carceriere Giuseppe Gallotti avrebbe indotto il Montanari e il Tosi a fare la falsa denuncia, avrebbe quindi imposto una procedura giudiziaria irregolare pur di ottenere una condanna capitale e infine avrebbe inventato la pretesa confessione del Ricci per vincere i dubbi di Francesco IV.
Ma lo storico non può dare un sicuro giudizio basandosi soltanto sulla tradizione e lascia intatto il doloroso mistero che grava su questa tragedia della storia. Il 12 luglio del 1832 dai soldati austriaci, che erano ancora stanziati a Modena, fu fucilato il Ricci, che lasciava il vecchio padre, sette figli e la moglie incinta.
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Zanna
10-04-2008, 23: 20
austriaci bastardi. Tirre studia la Storia!!!!

Tirre
28-04-2008, 21: 23
austriaci bastardi. Tirre studia la Storia!!!!

quoto

Marco82
29-04-2008, 07: 41
austriaci bastardi. Tirre studia la Storia!!!!

quoto

sugli austriaci bastardi? o su te che devi studiare?

samuelson
29-04-2008, 08: 49
austriaci bastardi. Tirre studia la Storia!!!!

attento che se arriva canna-rina......:cuscinate::cuscinate:

Zanna
06-05-2008, 21: 31
avrebbero indotto Montanari e TOSI a fare la falsa denuncia capite? Gerolamo Riccini di professione vendeva caldaie !!!