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Visualizza Versione Completa : Dialetto Modenese



Travellinfan
16-10-2009, 16: 00
:noncisiamo::uncancher:
http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_modenese

tanaia
16-10-2009, 17: 12
L'aqua la fà i caplètt

questo mi ha steso.

Travellinfan
16-10-2009, 17: 28
questa non l'avevo mai sentita!

micio66
16-10-2009, 17: 29
L'aqua la fà i caplètt

questo mi ha steso.

quando piove molto forte frase storica del dialetto modenese

TonY
16-10-2009, 17: 45
sarà, ma i caplétt sono reggiani...
mai sentito dire in casa caplétt

inoki
16-10-2009, 17: 52
anche nella bassa si chiamano cappelletti.

tanaia
16-10-2009, 18: 03
sarà, ma i caplétt sono reggiani...
mai sentito dire in casa caplétt

fa te

profeta
16-10-2009, 18: 33
sarà, ma i caplétt sono reggiani...
mai sentito dire in casa caplétt

Idem in casa mia a nonantola, mai sentito caplett

INTERNET
16-10-2009, 18: 52
sarà, ma i caplétt sono reggiani...
mai sentito dire in casa caplétt

Idem in casa mia a nonantola, mai sentito caplett

as dis "turtlein",o no??

blablandina come amadei
16-10-2009, 18: 54
i caplatt i'en i caplat, i turtlein n'eter quel!

micio66
16-10-2009, 18: 55
se non sbaglio non e' riferito hai caplet reggiani ma all'effetto che fa' una goggia quando cade in una pozzanghera che diventa a forma di cappello tipo tuba cosi' mi disse mio nonno se nn ricordo male

TonY
16-10-2009, 18: 59
i caplatt i'en i caplat, i turtlein n'eter quel!

la differenza la conosco, ma in casa (mia e) dei miei nonni non si sono mai fatti i cappelletti ma solo i tortellini

tanaia
16-10-2009, 19: 03
to nona, to nona....

INTERNET
16-10-2009, 19: 07
i caplatt i'en i caplat, i turtlein n'eter quel!

la differenza la conosco, ma in casa (mia e) dei miei nonni non si sono mai fatti i cappelletti ma solo i tortellini

beh,era poi quello che intendevo dire....

callaghan
16-10-2009, 22: 22
i caplét?????

Travellinfan
16-10-2009, 22: 22
adesso... da me Sassuolo/Prignano si dice Caplat...

tanaia
16-10-2009, 22: 33
la vin zò ch'la per gianda

blablandina come amadei
16-10-2009, 22: 44
i caplét i'en arzàn

TonY
16-10-2009, 23: 12
la vin zò ch'la per gianda

piantala di citare Pioli

geppo
17-10-2009, 09: 59
la vin zò ch'la per gianda

piantala di citare Pioli

:ahahahha:
e poi si dice zà non zò-.-

trivèla
17-10-2009, 13: 26
Za con l'accento sulla z vuol dire 'già', T'e za chè? = sei già qua?
Zò vuol dire 'giù' = Che zò - lè zò - la zò , quaggiù, costaggiù, laggiù

tanaia
17-10-2009, 18: 22
Za con l'accento sulla z vuol dire 'già', T'e za chè? = sei già qua?
Zò vuol dire 'giù' = Che zò - lè zò - la zò , quaggiù, costaggiù, laggiù

:ohmy:

Delinqueint
18-10-2009, 18: 47
Za con l'accento sulla z vuol dire 'già', T'e za chè? = sei già qua?
Zò vuol dire 'giù' = Che zò - lè zò - la zò , quaggiù, costaggiù, laggiù

no. già si dice "bele". ed è sbagliata anche la forma interrogativa: non è "T'è bele chè?" ma "Et bele chè?"

tanaia
18-10-2009, 19: 46
Za con l'accento sulla z vuol dire 'già', T'e za chè? = sei già qua?
Zò vuol dire 'giù' = Che zò - lè zò - la zò , quaggiù, costaggiù, laggiù

no. già si dice "bele". ed è sbagliata anche la forma interrogativa: non è "T'è bele chè?" ma "Et bele chè?"

:clap:

tanaia
18-10-2009, 21: 42
zà vuol dire qua (con la zeta sibilante e non quella di zò).

trivèla
18-10-2009, 21: 57
http://host.presenze.com/immagini/102009/20091018094722vocabolariojpg.jpg

Questo è il vocabolario Modenese - Italiano di Maranesi Ernesto, nel quale la parola 'BELE' non esiste.
Adesso si usa Bele ma io ho due vocabolari e che dicono 'Za' , i miei genitori e i loro dicevano Za

Bissia
18-10-2009, 22: 38
Trivèla non si discute...! :clap:

callaghan
18-10-2009, 22: 57
mah, io il zà così non l'ho mai sentito.

Taro
19-10-2009, 09: 08
confermo, caplèt è stramodenese

geppo
19-10-2009, 09: 19
a 10 metri da casa mia lo dicono belò diversamente
ognuno ci ha il dialetto che si merita

Travellinfan
19-10-2009, 09: 45
Io ho sempre saputo che.... Tortellini è Sbulognese e un po ha influenzato anche la nostra provincia, mentre caplet è modenese e reggiano... ma lascio la sentenza a chi se ne intende... me ne intendo anche io he... ma a mangiarli! :-)

Guur
19-10-2009, 10: 06
io, da profano del dialetto modenese, posso solo dire che "caplet" e' sbagliato, perche' i cappelletti sono piu' simili ai ravioli che ai tortellini

adesso torno nel mio loculo

trivèla
19-10-2009, 11: 37
Caplätt o caplëtt = in alcuni luoghi, specialmente in campagna, si chiamano così quelli che noi chiamiamo turtlèin.
In città si usa per definire la parte anteriore delle calze - CAPLÄTT D' LA SULÄTTA - per quel cappuccio che copre la parte superiore dell'ombrello tra il puntale e la tela - CAPLÄTT D' UMBRÈLA - per la parte anteriore delle tomaie, la capsula fulminante delle cartucce - CAPLÄTT DA S'CIÓP - ecc.
questo è quanto scritto sul dizionario

tanaia
19-10-2009, 12: 48
http://host.presenze.com/immagini/102009/20091018094722vocabolariojpg.jpg

Questo è il vocabolario Modenese - Italiano di Maranesi Ernesto, nel quale la parola 'BELE' non esiste.
Adesso si usa Bele ma io ho due vocabolari e che dicono 'Za' , i miei genitori e i loro dicevano Za

zà nel senso di già non lo si usa più da molto tempo (io addirittura nella lingua parlata, non l'ho mai sentito, e dire che ho imparato prima il dialetto dell'italiano e che frequento posti in cui in dialetto è ancora molto praticato). mi sta bene che maranesi lo riporti, ma è una forma ormai desueta. se leggi altri modenesi antecedenti, troverai vocaboli di cui si è persa traccia. come questo.

tanaia
19-10-2009, 12: 53
"caplat" essite. un modenese però non direbbe mai che la pioggia fa "i caplatt". a meno che non sia fuori dalle due acque e precisamente oltre secchia.

blablandina come amadei
19-10-2009, 12: 57
caplàt lo dicono oltre al ponte sulla tangenziale per casalgrande.

700mt prima assolutamente no

tanaia
19-10-2009, 13: 10
il maranesi l'ho avuto sottomano (forse me l'hai prestato, tu), come pure ho il neri e il bellei.
in nessuno dei tre compare "bele" per "già". eppure sfido a chiedere a 100 persone che parlano correntemente dialetto a chiedergli una frase con già...

trivèla
19-10-2009, 13: 27
Chiaro che il dialetto, come tutte le lingue cambiano nel tempo, cmq il discorso iniziale era se a Modena "giù" si dice "za o zò" e io ho sempre sentito zò
Hai ragione a dire che molti vocaboli sono caduti in disuso o sono stati modificati aggiungendo delle vocali e sono tantissimi.
Quando io ero piccolo e ascoltavo mio nonno parlare con i suoi amici non capivo assolutamente niente, sia per termini che adesso non si usano più e sia perchè esisteva un dialetto del dialetto, il gergo.
Una cosa che ricordo è "LA MUSNELA DAL FILEPA" che voleva dire " LA FIGLIA DEL PADRONE" sig!!!!!!!

tanaia
19-10-2009, 13: 31
Chiaro che il dialetto, come tutte le lingue cambiano nel tempo, cmq il discorso iniziale era se a Modena "giù" si dice "za o zò" e io ho sempre sentito zò
Hai ragione a dire che molti vocaboli sono caduti in disuso o sono stati modificati aggiungendo delle vocali e sono tantissimi.
Quando io ero piccolo e ascoltavo mio nonno parlare con i suoi amici non capivo assolutamente niente, sia per termini che adesso non si usano più e sia perchè esisteva un dialetto del dialetto, il gergo.
Una cosa che ricordo è "LA MUSNELA DAL FILEPA" che voleva dire " LA FIGLIA DEL PADRONE" sig!!!!!!!

a bè, certo. mia nonna, nata nei sobborghi sud-est di modena, dove il contatto con la famiglia nobile dei rangoni era stata importante, diceva, con un giochino di parole:

"chi'gh'n'à l'è di rangoun,
chi n-n'à l'è di caoiun"

in vita mia l'ho sentito (oltre che da mia nonna) un paio di volte. e diventa "impossibile" da sentire ad albareto, per esempio.

trivèla
19-10-2009, 16: 54
[http://www.presenze.com/]http://host.presenze.com/immagini/102009/20091019044954la-posta-di-albaretojpg.jpg[/URL]
Difatti, ecco la posta di Albareto con pochi Rangoni in giro

Maina969
01-11-2009, 20: 45
Nel link di wikipedia secondo me ci sono molte molte imperfezioni:
Mio non l'ho mai usato ,lo usano i reggiani, io uso mê
Paròl (parole), a casa mia vuole dire secchio , parole si traduce paròli
Tùo come mio l'è arzan , si dice tô
Sono solo alcuni esempi ,poi non si puo' certo dire che il sassolese appartenga al modenese di città , è completamente diverso , io vengo da Maranello a pochi Km. da Sassuolo ed i 2 dialetti hanno molte differenze (vabbè che ora il sassolese lo parlano veramente in pochi e chi parla dialetto lì adesso usa di piu' il modenese).
Può darsi che chi lo abbia scritto abbia ragione ma io come sicuramente altri qui ho parlato forse prima il dialetto che l'italiano ed il dialetto nonostante la distanza lo uso ancora piu' dell' italiano.
Forse ho scazzato gli accenti....

Luciano-Svizzero
01-11-2009, 20: 51
Se non parli il "Montanaro" non sei modenese.......

callaghan
02-11-2009, 20: 12
se sei montanaro non sei modenese.

trivèla
02-11-2009, 21: 25
vikipedia sta un po nel mezzo dei dialetti della provincia e prende un po di qua e un po di la.
quello che per noi è reggiano è invece carpigiano, difatti loro dicono " mia per menga" e bèssì per sold o franc" tanto per fare un esempio ed usano le "e" molto aperte sia in dialetto che in italiano


montanaro = ven giò de lì
modenese = vin zo dedlè

se dico " ven giò " un modenese mi dice dal Muntroc

Luciano-Svizzero
02-11-2009, 21: 32
...............................................


montanaro = ven giò de lì
modenese = vin zo dedlè


.......................................

C' sà dit.....da quando?

trivèla
02-11-2009, 22: 55
io la so così, ma posso sbagliare in quanto non lo conosco il dialetto montanaro.

E Fejk

valisa 'd kartun ligà kun la laza,
valisa 'd kartun e la bela kruvata.
U sol gira al tond,
a pruvèe a tnigh adrèe pra pse di ke l'arloj
l'è un zavaj da pistol
l'è un goder da pòòk,
ka inveci e pistol e baggian skarlankà tee tè,
k'tee strammà kumpagna a la giera
in tl'èra d'na kà.
Putena maiela, s'iv kuntenk'al strall
i enn kumpagn dapartott
nag dedi bsa a ment, i enn totti ciaved,
ke e vin bbò luntan, da er sè,
senza amigh, t'impesta la bòkka,
l'è sul torciadura, t'arvoja e destrigh,
daman dal karsent mangià kul furzin.

lasarò la me vusa in cemma a Puikaster
tant ke 'g zoga e vent,
aiò intanà i och in te bùs d' un kastegn
a e sulej, in ghegnà al ' eip
parkè i kata la bavlina.

Enk e fejk gira al tond
suplim in tee so zerc.

Attilio Angelo Aleotti
dialetto di pavullo

tradurre prego!!!!

Travellinfan
03-11-2009, 11: 28
qui a Sassuolo si parlano vari dialetti, quello reggiano, quello modenese e quello montanaro... e il pe3ggio di tutti (che è quello che parlo pure io) che è il misto di tutti e tre... è il problema di abitare a confine...

Maina969
03-11-2009, 20: 03
Beh a Sassuolo ora si parlano prevalentemente i 3 dialetti ma un suo dialetto ben diverso dal modenese ce lo ha , eccome , chiedere alla gente nata in rocca oppure ascoltare l'album "S'at ven in ment" di Pierangelo Bertoli.

dado2
30-11-2009, 19: 50
Beh a Sassuolo ora si parlano prevalentemente i 3 dialetti ma un suo dialetto ben diverso dal modenese ce lo ha , eccome , chiedere alla gente nata in rocca oppure ascoltare l'album "S'at ven in ment" di Pierangelo Bertoli.
ma sai che quell'album non riesco a trovarlo
cè qualcuno che ce la' in mp3
grazie

Roquentin
30-11-2009, 20: 02
Prova a chiedere a soulseek ns :firulla:

Maina969
02-12-2009, 03: 57
Beh a Sassuolo ora si parlano prevalentemente i 3 dialetti ma un suo dialetto ben diverso dal modenese ce lo ha , eccome , chiedere alla gente nata in rocca oppure ascoltare l'album "S'at ven in ment" di Pierangelo Bertoli.
ma sai che quell'album non riesco a trovarlo
cè qualcuno che ce la' in mp3
grazie

Se mi dai una mail provo ad inviartelo

monta
12-12-2009, 22: 32
volevo un chiarimento dagli esperti....mio padre usava spesso un'espressione quando guidava e c'era uno che non andava neanche a spingere davanti a lui....premetto che non sò scrivere in dialetto ma ci provo...csa gal lu que, la nona? cosa vuol dire aver "la nona"?

Travellinfan
13-12-2009, 01: 55
se sei montanaro non sei modenese.

come dice mia nonna.... mèi muntaner che pianzaan! :asd:

wollas67
13-12-2009, 02: 54
volevo un chiarimento dagli esperti....mio padre usava spesso un'espressione quando guidava e c'era uno che non andava neanche a spingere davanti a lui....premetto che non sò scrivere in dialetto ma ci provo...csa gal lu que, la nona? cosa vuol dire aver "la nona"?

Penso che la "nona" vuol dire quando uno e' addormentato o si sta per addormentare..infatti si suol dire soprattutto dopo aver mangiato:am vin na nona....altrimenti senti da Barbi...:asd::asd:

tanaia
13-12-2009, 11: 38
credo che faccia riferimento alla religiosa "ora nona". e non è un termine desueto, anzi!

trivèla
13-12-2009, 11: 54
Concordo con Tanaia perchè anche io ho sentito questa spiegazione, l'ora nona è la fine dell'agonia di Gesù che coincide con la sua morte fisica e pertanto sinonimo di essere sul punto di addormentarsi.

wollas67
13-12-2009, 12: 15
Direi che il vostro ragionamento non fa una piega....

callaghan
13-12-2009, 14: 38
se sei montanaro non sei modenese.

come dice mia nonna.... mèi muntaner che pianzaan! :asd:

come dice la mia, meglio il lardo delle castagne.

Luciano-Svizzero
13-12-2009, 15: 46
se sei montanaro non sei modenese.

come dice mia nonna.... mèi muntaner che pianzaan! :asd:

come dice la mia, meglio il lardo delle castagne.

la castagna..nooooooo

Torre
14-12-2009, 10: 17
mo pensa te...

Heathen
23-12-2009, 08: 59
Barbi mi schifa

ABO
23-12-2009, 12: 48
e'anche carpigiano.:fuck:
anni fa lo incrocio in centro e gli urlo dietro"vai a lavorare!!!!":ahahahha:
la scorsa estate mi rivede alla magnalonga a corlo,lui era sul palco con il microfono in mano, mi vede e dice"ma te sei ancora a piede libero?":ahahahha::pesceinfaccia:
te n'esen barbi.

Travellinfan
22-02-2010, 12: 58
http://www.youtube.com/watch?v=xQpWU561SXc

Meraviglia!!

Travellinfan
22-02-2010, 13: 00
http://www.youtube.com/watch?v=HTzX5KfoRWE

Travellinfan
22-02-2010, 13: 01
http://www.youtube.com/watch?v=yFIKrXtMQsw

Willy Coyote
22-02-2011, 22: 07
Chi è che mi sa dire come si dice liquerizia in dialetto, so che ci sono varie versioni a seconda delle zone.
Grazie

100%Modena
22-02-2011, 22: 34
Liquerèzia direi

Travellinfan
23-02-2011, 00: 41
liquerèsia

trivèla
23-02-2011, 10: 24
In Modenese Lucrézia

wollas67
23-02-2011, 11: 39
In Modenese Lucrézia

Lante della rovere....

Il Nerz
23-02-2011, 15: 40
Zochérmiclèzia

Willy Coyote
23-02-2011, 16: 57
Zochérmiclèzia

Grazie Nerz, avevo sentito usare questo nome nella zona di san cesario, mi serviva una conferma per pura curiosità.

wollas67
23-02-2011, 17: 10
questa non l'avevo mai sentita...

Il Nerz
23-02-2011, 20: 41
Zochérmiclèzia

Grazie Nerz, avevo sentito usare questo nome nella zona di san cesario, mi serviva una conferma per pura curiosità.

In effetti io te lo posso attestare in zona Vignola-Spilamberto-Castelvetro, altrove non so.

Ho dato un'occhiata ai dizionari che ho in casa: il Maranesi dà per Modena "lucrezia", come scriveva qualcuno prima.

Il Vitale-Lepri dà per Bologna "miclezia", "sumiclezia" o "sugamiclezia".

Come spesso accade, la zona di confine sembra trovarsi a metà strada tra le due varianti.

In ogni caso, l'origine sembra quel miclezia o simili.

L'italiano liquirizia deriva secondo il vocabolario dal lat. liquiritia, deformazione del greco "glykyrriza", ovvero "dolce-radice"; interessante il fatto che in zochermiclezia evidentemente lo "zocher" sta ad indicare proprio il "dolce".

Travellinfan
24-02-2011, 19: 59
quindi liqueresia è scazzato?.. ma credo che mio nonno dica cosi'.. boh...

Mudnes7
12-05-2011, 13: 52
Vista su Facebook.

http://i54.tinypic.com/2469t2f.jpg

grasparossa
20-05-2011, 18: 15
mudnes7 sei un po' razzista?

Mudnes7
20-05-2011, 18: 20
mudnes7 sei un po' razzista?

Scusa chi sei?

doctor who
22-05-2011, 15: 19
anche io sono un po molto razzista.

Heathen
07-06-2011, 19: 23
Anch'io. Non sopporto la padania.

Giallobalordo
08-06-2011, 13: 15
Per non parlare dei Padani.

Mr But
08-06-2011, 13: 24
Per non parlare dei Padani.

Padani, chi?

michelegiramondo
21-06-2011, 17: 04
forse sono off topic

http://www.youtube.com/watch?v=r1WGmeO3-HM&feature=related

doctor who
21-06-2011, 20: 43
Anch'io. Non sopporto la padania.

io non sopporto te ti gonfierei.

Taro
21-06-2011, 20: 45
Anch'io. Non sopporto la padania.

Non mi sembra che, in USCITA, abbiano chiuso autostrade, ferrovie, aeroporti, imbarchi marittimi...

doctor who
21-06-2011, 20: 49
a parole non la sopportano...poi ci vivono bene.....fare cinema lo sport preferito dai babi.

doctor who
21-06-2011, 20: 54
Traghetti Sicilia 2011: scegli le offerte di Grandi Navi Veloci!



Tratte e Partenze dei Traghetti per la Sicilia

Grandi Navi Veloci opera su quattro linee con destinazione Palermo:

Genova – Palermo:
Partenze giornaliere fino al 17/6
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accomodarsi please

ABO
21-06-2011, 21: 14
la padania e' reale come il pianeta ork.

doctor who
21-06-2011, 21: 28
pensa se estisse davvero ....anche un metalmeccanico come te guadagnerebbe 3000 euro........ come in germania.....ti piacerebbe....

ABO
21-06-2011, 21: 35
si si ,come no,maroni e calderoli benefattori della classe operaia.:ahahahha:

ABO
21-06-2011, 21: 36
dai tranquilli,ci pensa il trota a fare la padania.
a vag a let.
nano nano.

Mr But
22-06-2011, 09: 02
la padania e' reale come il pianeta ork.

Mork come capo tribù sarebbe più credibile

tanaia
23-06-2011, 21: 48
http://www.libreriagovi.com/stuffler-fulminant-eng/

morris
19-12-2011, 09: 42
a carpi -- caplètt - mò al lavòor important è ch i sien bòun. !

Boss
19-12-2011, 18: 40
a cherp magari

morris
04-01-2012, 10: 47
Le figurine - I faciutèin
di Mauro D’Orazi - Carpi
v 09 del 4-1-2011

Frutto del lavoro di ricerca sul web, con suggerimenti e con il contributo costante del Gruppo di Facebook “Chi parla dialetto carpSàan” e del rughlètt di affezionati del bar Tazza d’Oro alle 7 del mattino e di tanti altri amici e amiche sempre pronti a portare la loro esperienza personale e familiare al servizio di un dialetto che deve e può continuare a essere parlato e vissuto.

Il Parco e l’Oratorio dell’Eden, oltre che a scuola, erano i luoghi preposti per lo scambio delle figurine. Il mantra: “Cèlo, manca! Cèlo, manca! “ veniva ripetuto quasi all’infinito, fino alla visione e all’esame completo dal spiglutèin ed faciutèin (mazzetto di figurine) che io o i miei coetanei ci eravamo portati dietro per gli scambi. Lo scambio di figurine è un momento centrale del collezionista, soprattutto di bambini e ragazzi. Durante l'incontro, mentre uno mostra le figurine del "mazzo delle doppie", l'altro ne cerca una che non ha. Questo rito ha coniato i termini del "Celo" e "Manca", corrispondenti alle frasi "Ce l'ho" e "Mi manca", che si riferiscono alle possibili risposte di chi nello scambio cerca una figurina mancante.


Ragazzi degli anni ‘70
Oggi le mode e sono cambiate, ma ci fu un tempo in cui le figurine occupavano un posto di primo piano nella gerarchia dei valori del mondo visto con gli occhi di un bambino. Erano gli anni '50, '60, '70. La tv aveva solo due canali Rai e al pomeriggio interrompevano le trasmissioni fino alle 17, l'ora della "TV dei ragazzi". Svolti i compiti, si andava al Parco o all'Oratorio e lì in alcuni periodi dell'anno le figurine erano protagoniste assolute.
Quello delle figurine è un mondo, a forte prevalenza maschile, che ci fa sempre sentire bambini, ci riporta indietro nel tempo: ai soldi rubati ai genitori per comprarsi una bustina per poi nasconderla e guardarsi le figurine di nascosto. Mi ricordo le figurine scambiate, vinte e perse davanti al cancello della scuola o al Parco. Le grida del maestro quando, tra compagni ci si cambiava le figurine in classe. Un mondo che sembrava fosse sparito, svanito nel nulla, con il trascorrere degli anni. Quelle grida, le litigate con i genitori (‘Sa strasinètt tutt chi bèesi per gninta? Cosa butti via quei soldi per niente?), i pianti, le corse dal giornalaio non le sentivo più. Un giorno rovistando fra vecchie cose a sèelta fòora il vecchio album del 1961 che celebrava in modo elegante il Centenario dell’Unità d’Italia dalla B.E.A./Album d'Arte. In un attimo tutti i ricordi … limpidissimi … mi si parano davanti. L’album vuoto e cinque bustine mi fu regalate il giorno della cresima, mentre tornavo dalla chiesa, sotto il portico di Corso Fanti, lì dove c’è il piletto, di fronte alla allora salumeria di Gaulandi.
Mio padre scosse la testa, voleva restituire l’album all’offerente, ma mia madre, forse per eduzione o per un’inconscia propensione al collezionare, insistette per tenerlo. Questo fu uno di quei punti di snodo della mia esistenza e mi cambiò la vita.
Mio padre, ovviamente, brontolò, così come fece in futuro per tutte le mie passioni: un nemico costante e implacabile che, per legittima difesa, per sopravvivenza, avrei dovuto continuamente eludere, con una certa limitata e idiota astuzia o, se proprio messo alle strette, combattere coi miei scarsi mezzi.
È per questo che, anche oggi, quando vedo un bambino che è sostenuto dal genitore in un hobby particolare, lo invidio moltissimo e penso con amarezza (stupida fin che si vuole) al mio passato denso di incomprensioni.
Nei mesi successivi mi impegnai a fondo, per la prima volta nella mia vita, a intraprendere in prima persona “un’impresa” e a portarla a termine da solo. Completare l’album … ecco … quello era lo scopo raggiungere ad ogni costo; cosa che mi riuscì con inventiva, costanza e notevole sforzo.


Ma non fu il solo. Sempre lo stesso anno, nel 1961, la Panini pubblicò il primo album di figurine sul campionato di calcio. Anche questa raccolta era impegnativa e così decisi di mettermi i società col mio amico Angelo che era già partito nella raccolta.

La prima Raccolta di figurine Panini per il campionato di calcio 1961-62-
Raffigurante Nils Liedholm

Questa raccolta aveva però un problema, non si riusciva a finire, perché mancava la figurina dell’intera squadra dell’Udinese. L’editore per problemi tecnici (non avevano la foto) era partito a stampare le figurine senza la squadra bianconera.

1961 Scudetto dell’Udinese – Figurine Panini
Per parecchio tempo questa figurina divenne un miraggio e un incubo; era ricercata da tutti e al Parco e all’Oratorio era continuo oggetto di discussioni, illazioni e sospetti. Si ripeteva il caso della figurina del Feroce Saladino del 1934.

Finalmente la Panini ovviò all’inconveniente e l’Udinese fu diffusa. La vidi per la prima volta all’Eden da un bambino che me la fece vedere solo in mano sua.
Ma la Panini aveva adattato anche un’altra astuzia: ogni tanto nella bustina si trovava una figurina speciale con il verso occupato da un riquadro rosso con la scritta “ VALIDA” in blu.

1961 Figurina VALIDA Panini
Con 100 di queste figurine si vinceva un pallone di cuoio del numero 5 di gran marca: uno fra gli oggetti più ambiti da un ragazzino, che si gonfiava in un modo estremamente difficoltoso con un ago e con una pompa. Le VALIDE al mercato scambio valevano dalla tre alle cinque volte una normale. Incollarne poi una sull’album, dava un’atroce sofferenza di spreco: meglio lasciare il buco vuoto, in preda a un orribile dubbio.
Purtroppo Angelo e io, nonostante l’impegno profuso, arrivammo solo a 63 VALIDE, un numero che mi è rimasto ben impresso nella memoria anche dopo cinquant’anni.
Le figurine si attaccavano con un barattolino in alluminio di colla, la Coccoina, dotato di apposito pennellino a setole biancastre. L’odore di questa colla era … fantastico!

Barattolo di colla Coccoina
In carenza di colla, mia zia Valentina, mi aveva insegnato a usare la farina, sciolta con un po’ d’acqua, a farne una pasta semiconsistente. Funzionava benissimo.
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* Oltre all'attività di collezione e scambio, i faciutèin (figurèin o figurèini) svolgevano anche una funzione di fiches o di denaro sussidiario e come tali venivano messi in palio in vari giochi di abilità o d’azzardo.
I giochi erano vari, ecco la descrizione di alcuni, suggeritami da Graziano Malagoli.
Batmùrr (battimuro). Più anticamente si usavano monete, sassi, biglie o tappi. Il vantaggio della figurina è per vincere non si va spanne, ma è prevista la chiara sovrapposizione di un cartoncino su un altro.
Si sorteggia con una classica conta il giocatore che comincia e l'ordine di gioco.
Si concorda, non senza polemiche, e si traccia una linea per terra alla distanza di 5-6 passi dal muro. E’ la linea di tiro, dietro la quale si dispongono i giocatori. Il primo di essi lancia la propria figurina verso il muro. Vince le figurine a terra, colui chi riesce a toccare con la sua figurina lanciata una di quelle già sparpagliate a terra, ma solo dopo avere toccato il muro con la propria. Perché il tiro sia considerato valido, la figurina deve obbligatoriamente colpire il muro e rimbalzare indietro. Se ciò non avviene, a seconda delle regole prefissate, essa è persa o si ripete il tiro, eventualmente perdendo il turno. L’abilità è fondamentale per essere un bravo lanciatore, soprattutto per far percorre al cartoncino l’ampia la distanza di lancio richiesta all'inizio della sessione di gioco. Il lancio va fatto di taglio, tenendo di solito un angolo del cartoncino, fra il medio e l’anulare, parallelo al terreno, con un rilascio dato da un movimento a scatto e secco della mano. Il tiro dove essere ben calibrato e con la forza giusta. L'abilità richiesta è notevole, così come la difficoltà a colpire la parete per rendere valido il tiro. Troppa forza o troppo poca sono … letali.

Tecnica di lancio secondo la scuola di Graziano Forghieri
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Si poteva giocare anche solo a chi tirava la figurina più lontano, utilizzando le tecniche più raffinate, acquisite con esperienza nel corso di lunghe sedute di gara e in allenamenti solitari.
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Un’altra variante è quella di giocare anche appoggiando la figurina direttamente sul muro, facendola cadere da una certa altezza prestabilita o nei limiti concordati. Di solito l’altezza era libera, ma il limite minimo era invalicabile: “T’i in brùusa!” era la frase pronunciata, contro chi tentava di giocare sporco.
Vince tutte le figurine già a terra, chi riesce a coprirne una, anche parzialmente, con quella appena lanciata. La strategia da seguire è che ciascuno deve pensare a lanciare la propria figurina lontano dal muro, per non essere facile preda del giocatore che seguirà, ma allo stesso tempo deve mirare verso una delle figurine che giace in terra
In questo caso i ragazzi più bravi usavano collaudate e segrete tecniche, che prevedevano arcuature più o meno accentuate della figurina a seconda della traiettoria che le si voleva conferire.
Graziano Forghieri, campione del mondo in gioventù anche in questa specialità e noto esperto in calcoli di traiettorie con gli oggetti più svariati, ricorda che se la carta da raggiungere era vicina al muro, quella da rilasciare doveva essere pari, ma se era lontana, la propria andava piegata, aumentando così i volteggi e la gittata.
Ugualmente se si giocava per primi, si accentuava la curvatura per far svolazzare la figurina, mandandola il più lontano possibile.
L’operazione dell’incurvatura veniva fatta all'ultimo momento prima del lancio, in modo discreto col palmo della mano, in base alla dislocazione delle carte per terra e della altezza del rilascio.
Mi è doveroso annotare che il problema balistico affrontato con intuito e applicazione dai ragazzi di un tempo è tutt'altro che banale.
A tutt'oggi, anche con computer potentissimi e con cervelli umani di scienziati sempre più avanzati, infatti è impossibile calcolare e prevedere l’algoritmo della traiettoria di discesa di un semplicissimo foglio di carta che cade.
Per credere, basta provare alcune volte e vi accorgerete subito che a ogni caduta il foglio si comporta in modo diverso. Siamo dentro a una delle branche della matematica più sconvolgenti quella del caos e dalla casualità.
Chi ragàas i n avreven mai pinsè a un lavòor dal gèner.

Biàanch o ròss: si gioca in due e si mette in palio un ugual numero di figurine che vengono lanciate in aria dopo avere scelto mêrca o lìssa per indicare la facciata o il retro della figurina stessa. Ogni giocatore raccoglie e vince le figurine cadute di fronte o di retro.

Un altro gioco era a la piàala. Oscar Clò racconta che si mettevano le figurine tutte assieme, una o più per ogni giocatore, in terra. Poi ogni partecipante tirava il suo sasso e quello che si avvicinava di più vinceva tutte le figurine. L'abilità stava nell'andare più vicino possibile alle figurine, mentre il rischio era quello che se i sassi, a volte anche belli grossi, cadevano proprio sopra alle figurine le rovinavano un po'. Però l'autore del colpo formidabile era pressoché sicuro di aver vinto e di portare a casa al spiglutèin ed faciutèin.

Sacaagna - Al sacàagn, ci ricorda Graziano Malagoli, è quella pietra parallelepipeda che si pone a una distanza di 10-15 metri dai lanciatori di piàala e che deve essere abbattuto. Un tipo di gioco consiste nell’avere ciascuno posizionato il suo sacàagn su una linea perpendicolare al lancio e vincitore della gara è chi, alla fine dei lanci, vede il proprio ancora in piedi. Primo a lanciare è chi più si è avvicinato ad un riferimento prefissato, in genere posto in prossimità della linea di lancio.
Citiamo il gioco in questa sede, perché ha una variante per i faciutèin: ognuno mette la sua posta sul sacàagn (in caso di vento si pone un sassolino sopra al spighlòot), si stabilisce nei modi tradizionali l’ordine di lancio. A questo punto possono esserci due tipi di regole: vince tutto chi abbatte il sacàagn, oppure si incassano solo le figurine che sono a contatto con la piàala del lanciatore, in questo modo il gioco dura più a lungo e vi possono essere più vincitori.

Negli '40 e '50, mutuato dall'analogo gioco con le carte da briscola, lèevapataia o chèevapataia, c'era poi anche questa sfida fra gli inquieti ragazzi di Via De Amicis. Marco Giovanardi ricorda che si giocava con le figurine e prendeva il nome di … chevapatajaù.
I due sfidanti dovevano avere lo stesso numero di figurine da giocare, 20, 30 o 40, impilate e tenute nascoste dietro la schiena. Esse venivano sistemate dritte o capovolte, mescolate, ben impilate nel pacchetto, senza farsi scorgere dall'avversario. Preparati i rispettivi mazzetti, si portavano davanti, ma sempre ben protetti con le mani dalla vista dell'avversario.
Il primo giocatore disponeva sul marciapiedi la prima figurina così come l'aveva preparate nel suo mazzo. Il secondo giocatore calava poi la sua. E così via, a turno. Se la figura era rivolta come quella dell'altro, il giocatore vinceva e prendeva tutto il mazzetto, se era messa al contrario si procedeva, intercalandosi nei turni delle calate. Vinceva tutto chi riusciva a far terminare il mazzetto all'avversario. A volte il gioco, andava per le lunghe e finiva con una situazione bilanciata, anche perché a gnìiva siira e ormai a n se gh vdiiva quèesi più. Da notare che la tecnica di intercalare le figurine dritte o rovesce, dietro la schiena, avveniva senza guardare, ma solo palpandole con mano. Ciò era fondamentale per la segretezza e la vittoria finale; ognuno aveva la sua tecnica.

morris
04-01-2012, 10: 55
Nìiulèin (piccolo nido)
di Mauro D’Orazi v 09 del 29-12-2011
Appena passato Natale, alla mattina del 27 dicembre 2011, alla ripresa delle loro pubblicazioni, tutti i quotidiani, specialmente quelli sportivi, hanno aperto a tutta pagina con un’eclatante foto della nuova fiamma ventiduenne del pilota ferrarista Fernando Alonso: Xenia Tchoumitcheva … miss Svizzera di origine russa.

Xenia Tchoumitcheva in tutt al sòo splendòor

Il rughlètt del Bar Tazza d’Oro, di prevalente genere maschile, sempre attento osservatore dell’attualità e del costume sociale, non poteva esimersi da un idoneo e autorevole commento, riguardante l’irresistibile provocazione visiva: “Mò che bèel nìiulèin in mèes a cal còosii! Diotestradòora in du te pìis!” Ma che bel piccolo nido in mezzo a quelle cosce, dove nìiulèin (parola alquanto misteriosa e desueta) non è altro che lo stupendo diminutivo di nìi … nido.
Ma qualchedun altro invece, storcendo la bocca e scuotendo la testa, dissentiva, quasi disgustato: “Mmmm a me l’a n me pièes mja dimòndi: l’a gh ha ‘n’ungia incarnèeda e s a s vèed al tàai dla appendicite.” (Mmm a me non piace molto: ha un’unghia del piede incarnata e si intravede il taglio dell’appendice).
Un altro, lapidario: “L’a m fa pròopria schiiva!” - “Mò ‘sa dìit? I t sèemo?” gli ribatte un amico. ”Ma nooo! S’èt capìi … a pinsèeva a mè mujèera!” (Mi fa proprio schifo! – Ma cosa dici? – Ma no! Cosa hai capito? Pensavo a mia moglie!).
Un altro più anziano pronuncia una consolatoria sentenza: Occ’ e maan i gh han semper vèint aan! (Occhi e mani hanno sempre vent’anni!).
Un cliente occasionale, gustando il cappuccino, butta l’occhio sulla foto pensando alla favola di Esopo dla vòolpa e dl’ua ancòora aserba (della volpe e dell’uva ancora acerba che non riusciva a cogliere perché troppo alta), afferma: “Tròop mégra e tròop bionda pr'i mé gust !”
L’unica signora presente ascolta penosamente lo scambio di queste miserande battute, grette e maschiliste, e a mezza voce replica con tono beffardo: “Ohoo i mè umarèel … second mè a cà vostra l’unich lavòor ch a tira … l’è l’elastich dal mudaanti! E po’ forse gnanch quèl l’è !Dimòndi ciàacri e poch fàat!” (Cari i miei ometti, secondo me l’unica cosa che tira a casa vostra è l’elastico delle mutante. Molte chiacchiere e pochi fatti!).

**O**
L’episodio è finito, ma a completamento si possono aggiungere alcuni modi di dire pertinenti:

L’è più quèll ch a s manda zò ed quèl ch a s cucia su! È più quello che si manda giù di quello che spinge su!

Quand l’è siira a cà d’un, l’è siira a cà er tutt. Quando è sera a casa di uno, è sera a casa di tutti.

Ognun a l sa ed cà sua. Ognuno sa di casa propria.

Sèet 'sa me capitèe l'ètra siira? A sun curs a drèe a me muièera, intòorn al lèet ... dopo un pò ch a curìiva, a l'ho ciapèeda ... ma po' a i ho pinsèe: "E adèesa 'sa gh hoia da fèer?" A n m a arcòod più, perchè mè …al fisich e la salut a gh i ho anch incòora, mò l'è la memoria ch l a m chèela! Mò s a fagh tant a ricurdermel a gh la dagh mè!"

A gh é anch un provéerbi, … un dìit antigh, ch a l dìis: "Fin ch a l gh ha la lingua e un dì, 'n omm a n n'é mai finì" ... mò am sà che al spòosi i n s cuntèinten mia dimòndi.

morris
04-01-2012, 10: 55
Quadretto di Natale - L’assaggiatore del cappelletto v 16 24-12-2011

di Mauro D’Orazi - Carpi

Mi piace ricordare che in occasione del pranzo di Natale vengo sempre chiamato in cucina per svolgere un compito di altissimo livello: si tratta di assaggiare un cappelletto di prova. Già avevo dato il mio preventivo parere sul pesto e sul brodo. Ma adesso, giunti alla fine del complesso percorso: mi viene offerto un cucchiaio con un esemplare fumante. Con delicatezza lo assaggio, anche per non ustionarmi. Mi piace che sia ancora abbastanza consistente e che il dente affondi con una leggera, ma ben percettibile resistenza. Ne tasto la compattezza, schiacciandolo delicatamente coi molari … due secondi di assoluto silenzio, sguardo estatico e ispirato rivolto all’infinito.

Gli occhi delle cuoche mi guardano spalancati, fissi e preoccupati … in attesa. “L’è còot!! Chèeva!! “… pronuncio in modo solenne, col cucchiaio alzato e benedicente. “Si proceda all’immediato scodellamento!”. L’antico e benedetto rito ha inizio: tutti si siedono e si preparano ad allungare i piatti. La rezdóora (“Attenti! A gh è la pgnaata buiinta!”) colloca la grande pentola fumante sulla tavola e con un capiente mestolo comincia a servire. Una catena di piatti comincia a muoversi con adeguata ritmica cadenza, per agevolare l’operazione; passano di mano in mano, prima vuoti e poi pieni. “Attenzione a non rovesciare il brodo!” è la raccomandazione. Finché ognuno ha davanti la sua minestra. “Chi vuole il formaggio grattugiato ?” Finalmente si mangia e i cucchiai si immergono avidi e veloci nei piatti che prestissimo saranno di nuovo vuoti.

Qualcuno, ad alta voce dichiara ufficialmente: “Ohh i in dimondi bòun st’aan! Anch al bròod! L’è ed capòun, ruspàant, cumprèe da un mè amigh cuntadèin in campagna! A m’a l tìin propria per mè tutt i aan! Al furmaj dal pist, po’…, l’è ed primma qualitè! “Un 36 mesi” specèel d’un caseifisì cun dùu nummèr, propria giust giust per fèer di gràn’ caplètt.” Una serie di conferme segue immediata, con espliciti e convinti movimenti assertivi delle teste. Le bocche, infatti, NON parlano, impegnate nella degustazione. Le cuoche, che Dio a i bendissa in seculaseculorum, sorridono soddisfatte; chi ha procurato con esperienza e astuzia i preziosi e pregiati ingredienti … anche. Chi mangia … ancora di più. Ehee sì!! Sono rari e preziosi simili momenti di gioia collettiva e condivisa.

Circa l'uso di informaggiare il cappelletto è antica e irrisolta questione. “Bròod ed galèina buìnt e caplètt ... ma s te ne gh mèet ‘na branchèeda ed parmigiano in simma ... per me ... t e ruvìin in còosa.” Questo è un punto fermo per il consumatore tradizionale, che aggiunge il pregiato elemento locale per completare e arrotondare il sapore del piatto.

Invece c’è chi, come me, lo evita con motivata decisione: questo perché si desidera gustare il sapore puro, sia del brodo, che del cappelletto.
Se il brodo è buono, preferisco sentirne a pieno il gusto originale e vederlo bello, giallo e limpido cun un quelch occ'; ma … la mia è una posizione di consapevole minoranza. S a gh mèet al furmaj a vòol dìir ch n a andòom mja dimondi bèin e c'è da correggere qualcosa che è scarso e modesto.

Per evitare che i cappelletti non serviti i se spapèelen (si spappolino), è assolutamente necessario che vadano subito tirati su dal brodo con apposito attrezzo forato e a richiesta serviti per un bis con aggiunta di successiva mestola di solo brodo ancora bello caldo.
Chi potrà resistere a un secondo piatto di questa prelibatezza ?
***
L’unica ombra di tristezza, sta nel guardare e rendersi conto dei posti vuoti ai bordi del lungo e ricco tavolo natalizio. Qualcuno non c’è più … o con il corpo fisico o a causa della mente, ormai smarrita fra orribili nomi tedeschi! Cerchi il loro sguardo, la loro voce: ma non ci sono. L’assenza di questi cari si fa sentire nel profondo dei nostri sentimenti, sembra spezzare il cuore e l’anima; ma nel pensiero sono e resteranno più che mai in mezzo a noi. E già … qualcuno se ne è andato troppo presto o se ne è andato così, … lentamente, quasi senza lasciarci il tempo di rendercene conto. Se osserviamo il cielo, ci piace pensare che anche loro ci guardino. Spesso li ricordiamo la notte, quando fissiamo il buio e le stelle ... una data, una voce, una frase, una canzone, un luogo, un cibo, un odore ...
Mahh :=((( … ch a s pièesa o no, bisòogna andèr avanti …

morris
06-01-2012, 12: 11
VOCE di Carpi 22 dicembre 2011
Santi e detti sulla durata del giorno -
Nei motti dialettali di questo periodo si coglie l'attesa ansiosa della luce
di Mauro D'Orazi e Alessia Radatti

Il volgere dell'anno si è sempre prestato a detti, motti e proverbi ai quali il dialetto - non solo quello carpigiano - ha prestato il proprio lessico, la propria saggezza e la propria ironia. Il testo che segue, basato su espressioni raccolte da Mauro D'Orazi, nel mettere in relazione l'astronomia con i santi, evidenzia in modo stupefacente quella che, nel mondo agricolo, era l'attesa della luce, nella forma dell'allungamento del giorno dopo le tenebre dell'inverno. E' come un canto sciolto alla vita che ritorna e della quale si cercano i segnali anche minimi, nel diradarsi lento e appena percettibile del buio invernale..
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2 dicembre - Santa Bibiàana quaranta dée e na stmàana.
Se c'è brutto tempo durante il giorno di Santa Bibiana, rimane brutto per 40 giorni e una settimana. E' un antico proverbio legato alla tradizione contadina. Una volta, in una società prettamente agricola, si usava prevedere il tempo atmosferico osservando direttamente il comportamento della natura o degli animali, specialmente durante le prime giornate del mese, che avrebbero indicato l'andamento dei giorni seguenti. Il numero 40 è inoltre associato a un passo Biblico; durante il Diluvio Universale, "Piovve sopra la terra per quaranta dì e quaranta notti" (Genesi VIII, 12). Santa Bibiana è tradizionalmente legata al brutto tempo, come recita un altro detto: "Santa Bibiana, scarponi e calze di lana".
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13 dicembre - Santa Lucia, la nòot più lunga ch'a s'egh'sia.
Santa Lucia, la notte più lunga che ci sia. Il detto risale a quando era in vigore il calendario Giuliano, promulgato da Giulio Cesare il 46 a.C., in cui il solstizio d'inverno cadeva il 13 dicembre. Durante il solstizio, il sole, muovendosi lungo l'ellittica terrestre, raggiunge la minima altezza sull'orizzonte. Per questo motivo, la notte tra il 12 e il 13 era considerata, a ragione, la più lunga dell'anno. Nel 1582, Gregorio XIII riformò il calendario, lo stesso che ancora oggi abbiamo in vigore, e il solstizio passò al 21 dicembre, ma il proverbio continuò a trasmettersi immutato. Per i più piccoli, nonostante la spiegazione prettamente scientifica, è considerata la notte più lunga per la trepidante attesa di ricevere doni che, secondo la leggenda, vengono portati dalla Santa.
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21 dicembre - Per San Tumès al dée al se slunga da la bòoca al nèes.
Nel giorno di San Tommaso, il giorno è lungo quanto la distanza tra la bocca e il naso. Il 21 dicembre è il giorno con meno ore di luce, il più corto dell'anno, in quanto solstizio d'inverno.
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25 dicembre - I proverbi per il giorno di Natale prendono come riferimento gli animali legati al mondo agricolo e contadino. Questi modi di dire, per l'immediatezza dell'immagine che evocano, risultano diretti ed efficaci.
Per Nadèel un pèe ed nimèel. Per Natale un passo di maiale. Nimèl è la contrazione di animèl, cioè animale. Il maiale era infatti ritenuto l'animale per eccellenza. Il proverbio indica che dopo il solstizio d'inverno del 21 dicembre, già a Natale il giorno sembra allungarsi, seppur di pochissimo.
Per Nadèel un pàas d'agnèel. Per Natale un passo d'agnello. Il detto si riferisce al giorno di Natale, che si amplia rispetto alle giornate precedenti, si distende di poco e lentamente, come il passo di un agnellino.
Per Nadèel un sbatèr d'èel. Per Natale uno sbattere d'ali. Anche questo proverbio si riferisce alla brevità delle fredde giornate invernali, che tuttavia, a partire da Natale, paiono divenire un poco più lunghe. Il battito d'ali rende bene l'idea dei brevissimi istanti di luce in più rispetto alle prime giornate di dicembre.
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1 gennaio - Per l'aan nòov un pèe (un pàas) ed bòov.
Per l'anno nuovo un passo di bue. Passato il Natale, quindi nei primi giorni del nuovo anno, la natura sembra lentamente rinnovarsi e le giornate cominciano a diventare progressivamente più lunghe, sebbene il cambiamento sia lieve, quasi impercettibile. Le giornate si prolungano tanto quanto un passo di bue, dunque di poco.
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6 gennaio - Per Pasquètta un sèelt ed vèecia (ed cagnètta).
Per Pasquetta - identificata nel dialetto con l'Epifania - un salto di una vecchia (o di una cagnetta). Nel periodo di Pasquetta, al culmine dell'inverno, le giornate sembrano prolungarsi di qualche minuto rispetto alle giornate di fine dicembre. Il salto di una vecchietta, o di una cagnetta, indica infatti un balzo in avanti, ma molto corto.
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17 gennaio - Per Sant' Antòoni n'ora tònda.
Per Sant'Antonio un'ora piena. Il 17 gennaio c'è quasi un'ora in più di luce rispetto alle giornate dicembrine. Sant'Antonio è il protettore degli animali domestici, per questo, nel giorno del suo onomastico, la Chiesa benedice gli animali e le stalle.
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31 gennaio - Per San Zemiàn dòo or i-n'egh fàan.
Per San Geminiano si allunga la giornata di due ore. I contadini, una volta, desideravano tanto che passasse l'inverno e che le giornate diventassero più lunghe. Per questo, pare osservassero le più piccole variazioni di luce durante il corso dell'anno. Secondo le loro previsioni dunque, il 31 gennaio il giorno si allunga di quasi due ore rispetto al mese precedente.

geppo
06-01-2012, 12: 46
quella delle figurine mi ha riportato indietro di 30 e passa anni
e il mio primo purtroppo distrutto album calciatori del 76\77
finito a su tempo tra , scambi, salvadanai rotti e qualche figu rubata
la pagina dei gialli la conservo acora